Recensione Commodore 64
Titolo del gioco:
Friday the 13th
Anno di uscita:
1986
Genere:
Arcade adventure
Sviluppatore:
Non pervenuto
Produttore:
Domark
Distributore:
Domark
Multiplayer:
No
Localizzazione:
No
Sito web:
Requisiti minimi:
Commodore 64 e un joystick, o relativo emulatore
Altri formati:
  • Chiaro il concetto no?
  • Cinque dei dieci poveracci che stanno per vivere un incubo a Crystal Lake
  • La elegantissima schermata iniziale, in basic style
  • Ebbene sì, questa è una chiesa!
  • La chiesa da fuori...la corrente è quella del cubismo
  • ...E questa è l'idea di BOSCO
  • Una casa di questo colore può essere solo di Jason... (e ci credo, che uno abituato a stare in un posto del genere, poi sviluppa fantasie omicide -NdCJ)
  • Uno studio in verde
  • Il granaio
  • Jason all'opera, mentre si avventa sulla povera vittima
  • Jason che ci dà dentro sul protagonista. Notare i capelli dritti in basso a sinistra
Redattore:  Michelangelo 'Pippo' Carbonara                        Pubblicato il:  28/05/2012
Benvenuti a Crystal Lake, luogo di natura, divertimento e serial killer...
Nel cinema si distingue un genere di prodotti denominati all’americana “so bad so good”, ovvero realizzati in modo talmente pedestre e lontano dagli standard da risultare affascinanti o particolari (basti pensare ai film di Ed Wood -NdCJ). Non è il caso delle pellicole cui si ispira il videogame in oggetto, la saga di Venerdì 13 cominciata con il film di Sean S. Cunningham del 1980: una serie di horror a basso costo ad alto contenuto sadico e ludico, semplicemente bruttini e senza pretese ma capaci di attirare l’attenzione soprattutto dei teenager dell’epoca.

Appartiene invece di diritto alla definizione di cui sopra il tie-in ispirato alla serie, realizzato dalla Domark, marchio tra i più scadenti per quanto riguarda il software per il Commodore 64. Davvero con questo gioco si toccano vette trash, ma è innegabile che sia presente un’atmosfera talmente eccentrica e strampalata tale da generare un certo interesse rispetto a tanti giochi anonimi che sfruttano licenze di copyright importanti. Si tratta quindi di un videogame difficile da giudicare e di cui è giusto compiere una dettagliata analisi.

Nonostante nel primo film della serie l’assassino sia una donna, nei seguiti verrà dato sempre più spazio al figlio di essa, Jason Vorhees, che diventerà il serial killer spauracchio della serie di cui tutti hanno paura e che genererà un centinaio tra ammazzamenti e squartamenti nei vari seguiti. Il gioco è del 1986 e compare già la tipica maschera da hockey del serial killer, ma va rimarcato che nei primi due film tale maschera non c’era; si può quindi affermare che il tie-in si ispira all’intera saga e non al prototipo specificatamente. La vicenda si svolge nell’ameno capeggio estivo di Crystal Lake nel quale gravitano vari ragazzi e ragazze, che nel videogame sono esattamente dieci. Nel gioco bisogna impersonare uno di questi personaggi (ma è il computer che sceglie quale) e scoprire dove si trova Jason per poterlo far fuori. Nel frattempo quest’ultimo scorrazza per il campeggio e comincia a mietere vittime, per cui è necessario far presto prima che tutti i ragazzi siano stati uccisi.

La differenza più importante rispetto al film, che è alla base del sistema di gioco, è che nel tie-in l’assassino assume le sembianze di uno dei personaggi e non se ne va in giro col mascherone come se nulla fosse. Bisognerà quindi anche scoprire chi è Jason. Come si fa? Nel modo più surreale possibile naturalmente: si dovrà raccogliere un’arma e bisognerà colpire un personaggio: se quest’ultimo si “tramuterà” in Jason (raffigurato semplicemente con un costumino nero) il gioco è fatto, altrimenti si riceveranno gli accidenti del personaggio ferito.

Ogni tanto si sentirà un assordante rumore stridulo che dovrebbe essere il grido di dolore di una vittima, a testimoniare che un personaggio è stato ammazzato da Jason. Man mano che la situazione degenera il personaggio protagonista diventerà sempre più spaventato e i suoi capelli sempre più dritti, come rappresentato nel pannello inferiore dei dati, anche se ciò non ha un reale peso nel gioco (se non che ad un certo punto, dopo un tot di persone ammazzate, la partita termina).

Un’ulteriore modalità per scoprire chi è Jason è attendere in una locazione in cui compare un crocifisso: infatti i normali ragazzi si fermeranno in segno di rispetto mentre Jason proseguirà indisturbato (se non è trash questo…). Il campeggio può essere esplorato liberamente ed è abbastanza vasto. Oltre a molteplici aree di pineta e campagna sono presenti un granaio, una chiesa ed una grande villa. Curiosamente invece mancano i bungalow onnipresenti nei film. Mah.

Se Jason viene ucciso la partita prosegue ricominciando con un altro dei dieci personaggi. Sostanzialmente il gioco può essere considerato completato quando si riesce ad uccidere Jason con tutti e dieci i protagonisti, ma i ragazzi e le ragazze hanno praticamente le stesse caratteristiche e il comportamento di Jason rimane sempre uguale, senza un progressivo aumento della difficoltà. Perciò si tratta in realtà di un gioco a durata illimitata, in cui la sfida consiste nel fare più punti possibile facendo fuori Jason più volte possibile.

Cominciamo la divertente analisi delle caratteristiche di questo assurdo gioco. Le incongruenze e le leggerezze della realizzazione si incontrano fin dalla sequenza introduttiva, nella quale troviamo un testo con errori di battitura e una schermata statica che rappresenta solo cinque personaggi (gli altri cinque non si sa dove siano andati a finire, sulla scatola compaiono tutti e dieci).

All’inizio di ogni fase viene presentato il ragazzo o ragazza da impersonare con tanto di descrizione accurata della sua personalità, ma non abbiate paura: i personaggi, all’atto pratico, sono tutti identici e non hanno caratteristiche particolari. Addirittura la faccetta che rappresenta il panico del protagonista è perennemente femminile e bionda, anche state impersonando un maschio bruno, quindi si può stare tranquilli.

Il gioco tecnicamente è di uno spartano disarmante, sotto tutti i punti di vista. La grafica fa ridere per quanto è semplicistica, gli edifici sono semplicemente appiccicati sullo sfondo, a volte i muri sono rappresentati da linee nere, la campagna da spighette tutte uguali, la pineta da alberelli tutti uguali: un bambino avrebbe fatto di meglio. Gli ambienti interni solo solo leggermente migliori, ma si parla sempre di livelli insufficienti. I personaggi sono disegnati in modo cubettoso e informe, mentre il fondo lo toccano le armi; per capirci, un’accetta è disegnata con una linea bianca, che sarebbe il manico, e un quadrato rosso come lama. Terrificante.

Il sonoro segue la stessa direzione. La colonna sonora non è originale ma presenta un pot-pourri di brani celebri come la toccata e fuga di Bach o la marcia funebre della terza sinfonia di Beethoven magari intervallata da Nella vecchia fattoria (non è uno scherzo! Purtroppo c’è davvero), il tutto realizzato ovviamente nella maniera più rozza possibile. Senza contare che la musica è continuamente disturbata dai cambi di schermata e dagli avvenimenti, oltre a passare da un tune all’altro senza alcuna dissolvenza o accortezza estetica.

Passiamo quindi al sistema di gioco in sé. Se c’è qualcosa che può essere lodato di questo videogame è sicuramente la suspence che provoca, e trattandosi di un gioco tratto da un horror movie non è poco. Tutti i personaggi si muovono molto velocemente e popolano il campeggio in maniera credibile. Lo stesso Jason si dà da fare con rapidità, e se non vi sbrigate farà fuori un sacco di gente in pochi minuti. Altra caratteristica interessante è che ad un certo punto sarete VOI la vittima di Jason, inizierà a darvi la caccia e non ve lo leverete più dai piedi finchè non lo avrete ucciso. A questo punto forse accade la magia, quel quid che non ci si aspetta: nonostante la fattura primitiva del gioco e la demenzialità assoluta di alcune delle sue regole c’è qualcosa che dà adrenalina. Quando qualcuno viene assassinato l’effetto c’è, il modo improvviso in cui accade con tanto di gridaccio - e talvolta di immagine esplicativa dell’omicidio - funziona e crea effettivamente apprensione. E soprattutto crea la necessità di sbrigarsi e di risolvere la faccenda perché c’è una incombente sensazione di pericolo.

Insomma, il quadro generale è talmente assurdo che ciò diventa un valore aggiunto, esattamente come succede in un b-movie di quelli particolarmente scadenti. Non si può naturalmente credere che stilisticamente sia stato fatto tutto apposta! Tenderemmo a reputare che il prodotto sia stato realizzato in fretta, con zero cura e più semplicistico possibile per ragioni economiche o per mancanza di particolari abilità dei programmatori, ma che siano stati usati tali mezzi almeno per dare una identità originale al gioco, che pur nella sua bruttezza resta un unicum abbastanza indimenticabile e amato da molti giocatori degli anni '80 (basti guardare la pagina di Lemon64 in cui il gioco viene giudicato con una media di 6/7 su 10, ma non certo con una insufficienza come oggettivamente meriterebbe) (quando si dice il gusto dell'orrido... in tutti i sensi. -NdCJ).
Zzap! a suo tempo assegnò un impietoso voto di 13%, ma a posteriori, e con la possibilità di averlo gratis, il gioco non è poi così male, almeno a livello di divertimento. La realizzazione è semplicemente penosa ma il tutto è abbastanza divertente da non disturbare troppo. Da segnalare che nel 1986 venivano distribuiti i box in cui oltre alla casssettina rosso sangue era presente un gadget che emetteva sangue dalla bocca, tipo scherzo di Carnevale. Che dire: è molto meno di un gioco serio, ma molto più di un gioco normale. Provatelo, merita almeno l'esperienza di una partita!
PRIMO IMPATTO
GRAFICA
SONORO
GIOCABILITA'
LONGEVITA'
GLOBALE